Società di controllo
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Il mondo cambia. Per lungo tempo abbiamo vissuto dentro un modello di società disciplinare in cui la massima autorità (lo Stato) con i suoi poteri delegati dai cittadini, dissuadeva i comportamenti non etici con criteri di disciplina (per es. la prigione). Oggi, siamo nell’era della società di controllo.

Specchietto per allodole

In questo nuovo modello, l’impianto democratico permane come elemento surrettizio, in pratica funge per tutti noi della massa come specchietto per le allodole. Inveiamo contro l’autorità tradizionale (lo Stato) e i suoi organismi e figure umane che lo rappresentano. Di fatto, le regole sono gestite altrove. Se i vertici umani di uno Stato disapplicano costantemente i pilastri costituzionali, veicolando tutt’altro, cosa resta? Rimane in piedi una struttura svuotata dal suo significato. Può durare? Durerà fino a quando i singoli individui tributano importanza a qualcosa che non esiste più.

Disaffezione politica

La scarsa affluenza alle urne potrebbe rappresentare un segnale di questo tipo, seppure finora, dopo cali significativi verso l’attenzione alla vita civile, vengono fuori movimenti populisti che arringano le masse con mestiere, rimandando la resa dei conti.

Società di controllo

Nelle società disciplinari gli strumenti e i luoghi erano prevalentemente fisici. Adesso la cosiddetta società è parecchio dematerializzata. Pertanto il controllo, attraverso le strumentazioni digitali, è diventato più semplice. Il mantenimento (fittizio) degli organismi democratici consente ai veri controllori di poter agire nell’ombra. Le figure umane a capo delle istituzioni appaiono “avatar” di qualcuno altro. In pratica, sarebbe come se le masse inveissero contro ologrammi, senza poter conoscere, nella confusione fumosa creata ad hoc, chi tira le fila e per quale ragione.

Il mondo dei controllati

Ci siamo abituati gradatamente. La tecnologia si è introdotta nella nostra privacy per gradi e in maniera subdola. Abbiamo volontariamente ceduto quote di noi sempre più grandi. In un primo tempo, la novità voyeuristica della cosa è stato persino un fenomeno di moda (“Grande fratello”, ecc.). E poi le telecamere per la sicurezza, la digitalizzazione dei nostri dati, gusti, interessi, come se tutto questo fosse fatto per facilitarci l’esistenza. Le nostre appendici tecnologiche (smartphone, tv) sanno di noi più di noi stessi.

Tra verità e fake

In questo periodo pandemico, è girata la notizia (spacciata come fake) che nei vaccini potesse essere contenuto un microchip sottocutaneo. Notizia prima smentita a gran voce, oggi è’ candidamente ammessa come vera dalle case farmaceutiche. Ci raccontano  che essi sono funzionali al nostro bene (monitoraggio continuo dei nostri dati di salute, delle nostre attività fisiche, alimentari, ecc.), ma anche al cosiddetto bene civile (possibilità di blocco di ogni mezzo, autovettura, carta di credito, se per esempio si dovesse risultare inadempienti verso i doveri tributari).

Vaccino/green pass

Ci hanno raccontato l’assioma che il green pass servisse a spingere verso il vaccino. Ci siamo accaniti per questa intollerabile ingiustizia anticostituzionale. Altro specchietto per allodole. Inveiamo verso quell’ingiustizia, seppur reale, meno importante nel lungo termine.  E se fosse esattamente il contrario? Il vaccino serve a introdurre questo primo documento che limita il movimento. Si inveisce ma ci si abitua, fino a considerarlo persino ovvio. È già successo d’altronde. Nell’ex Unione Sovietica, il pass serviva per spostarsi da una città all’altra.

Qui persino per andare al lavoro.

Rosario Galatioto


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