Morte obbligatoria

Morte obbligatoria

Il caso di Vincent Lambert in Francia, come gli altri che lo precedono, aprono un dibattito molto forte sul diritto alla vita. E’ un tema delicato che tocca in maniera profonda i diretti interessati e i familiari. Al tempo stesso, spacca le opinioni per il contrapporsi di due visioni etiche opposte.

Vincent Lambert

Il Sig. Vincent Lambert, quarantadue anni, è divenuto tetraplegico nel 2008 per un incidente su moto. Non è in fin di vita e non vive artificialmente con ausilio di appositi macchinari. Nonostante il parere del medico curante e l’approvazione della moglie che hanno deciso di acconsentire alla sua morte per sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione, i genitori e alcuni dei fratelli si sono opposti e da anni combattono per il mantenimento in vita. Questo il caso.

Eutanasia

Attualmente in Italia, l’eutanasia non è assolutamente normata. Pertanto, essa e il suicidio assistito sono considerati reati rispettivamente ai sensi degli articoli 575 (omicidio volontario) e 579 (omicidio del consenziente) del nostro codice penale. Nei paesi, come l’Italia, in cui tali atti sono penalmente perseguibili, si tende ad aggirare la norma con una modalità persino peggiore: la sospensione di idratazione e alimentazione.

La cultura della morte

Il caso di Vincent Lambert, come lo è stato quello di Terry Schiavo nel 2005 e di Eluana Englaro nel 2009, fino ad arrivare a Dj Fabo o Charlie Gard e Alfie Evans, ci pongono di fronte ad un interrogativo forte: Chi può decidere sulla vita altrui? Per un credente, l’unico padrone della vita è Dio, dal suo inizio fino alla sua fine naturale. Mi chiedo però quale etica laica può giustificare un omicidio? Le teorie a favore della dolce morte (a parte il fatto che la morte per disidratazione è una delle più dolorose e atroci) riguardano “la bassa qualità della vita” o il costo sociale del mantenimento in vita ritenuto “inutile”. I migliori benpensanti si aggrappano al “porre fine alle sofferenze”. Depurando questa riflessione, rimane l’interrogativo su quale società evoluta possa ergersi a stabilire quando è giusto morire.

Quale società?

La chimera di uno stato assistenziale appare come una cambiale firmata in bianco: abbiamo ceduto allo stato il diritto di disporre della nostra vita, di valutare la convenienza del suo perdurare. Lasciare passare questo tipo di valutazioni sulla base delle ipocrite considerazioni circa la sofferenza o la valutazione di convenienza di una vita, apre una pericolosa discesa verso le successive infernali valutazioni sulle disabilità e sull’età. Chi ha stabilito quanto valga una vita?

Belli e perfetti

Quest’ottica di valutazione si fonda sulla logica aberrante di due concetti che vanno di moda: bellezza e perfezione. La tendenza ossessiva, quasi maniacale, verso la cura dei corpi e la chirurgia estetica ha aperto già da tempo la cultura del bello e perfetto. Per contrapposizione, secondo una lontana accezione pagana, chi non lo è, “merita di meno”, fino ad arrivare alle conclusioni eutanasiche di questi giorni. Il cristianesimo ha introdotto una novità nella storia del mondo: l’accettazione, l’abbraccio verso chiunque.

La chiamata

Paradossi attuali

Una certa cultura ostenta l’apertura ad ogni diritto. Pertanto, stranizza che nella tanto propagandata giornata mondiale contro l’omofobia, la medesima cultura neghi il diritto alla vita. Un paradosso forte: sembrerebbe che chi esiste ed è in buona salute abbia una potere decisionale superiore verso chi ha deve ancora giungere alla vita e verso coloro costretti a lasciarla per “sopravvenuta mancata convenienza”.

Arroganza valutativa

Chi può valutare il diritto alla nascita o l’obbligo della morte? Nel primo caso, le femministe si ergono sulla posizione che “il corpo è mio”. Peccato rilevare che statisticamente nascono un buon 50% di persone di sesso femminile: se quelle loro madri avessero deciso per l’aborto nel loro caso, queste stesse non apparterrebbero a questo mondo. Neppure sono accettabili le valutazioni circa la convenienza alla nascita nei casi di malformazioni. TUTTI hanno diritto alla vita. Se certi genitori avessero ragionato diversamente, il mondo non avrebbe avuto, fra gli altri, Stephen Hawking, Steve Wonder, Beethoven, John Nash e un’infinità di altre persone che hanno cambiato il corso del mondo. Ma senza appoggiarci al supporto di queste personalità, ogni essere vivente non sperimenterebbe la fantastica avventura della vita, a prescindere di come essa si svolge, comprese le eventuali sofferenze. E i genitori non sperimenterebbero l’amore, quel specifico amore verso questi specifici figli. Escludere il dolore, la sofferenza e il sacrificio equivale a depurare la vita…dalla vita stessa.

Aborto e eutanasia

L’umano che prevale

Due negazioni della vita, due arroganti pretese dell’uomo moderno. Non entrerò a disquisire di tutte le fattispecie portate a giustificazione di un presunto diritto o libertà dell’uno o dell’altro caso. Per un sempre motivo: qualunque argomentazione si porti a sostegno, né l’aborto né l’eutanasia si manifestano né come diritto né come libertà.

Quantomeno non per i diretti interessati.

La Vera Madre

Dalla “corda pazza” un saluto assieme a Venditti: “Che fantastica storia è la vita”.

https://www.youtube.com/watch?v=WRdwdPQRkSo

Rosario Galatioto
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