L’ordine

Questa storia non inizia con “C’era una volta”.

Questa è un fatto accaduto in un giorno qualunque, in un luogo qualunque, quindi difficile da rintracciare nel tempo e nello spazio.

Ma, bando alla ciance, occorre raccontarlo.

Dicevamo che, in un paese qualunque, in un giorno qualunque, in un momento uguale ai precedenti, accadde un fatto.

L’ora, non importa, era un’ora qualunque, e tutti quelli coinvolti appartenevano ad una famiglia comune, un papà, una mamma, un fratellino, una sorellina, una nonna, due gattini, uno bianco ed uno nero, un cagnolino ed un uccellino.

Tutto era comune, le occupazioni e tutto ciò che ciascuno faceva. 

Il papà al lavoro, la mamma al lavoro, i bambini a scuola, la nonna a casa.

Il gattino bianco e il gattino nero, il cagnolino e l’uccellino, anche loro a casa, assieme alla nonna.

Nessuno badava alle giornate, neppure al tempo e neppure alle cose.

Tutto era uguale, che fosse martedì o venerdì, che fosse una sveglia o un cucchiaio.

La nonna aveva smesso di contare il tempo, ed il papà non aveva un orario di rientro. Così anche la mamma.

Il cagnolino andava alla sua ciotola quando aveva fame, beveva quando aveva sete, e così i due gattini, quello bianco e quello nero.

Il fratellino disse: “Io mangio davanti la TV”; la sorellina disse: “Fai pure! Io mi guardo un cartone sul tablet…”.

Il fratellino disse: “Voglio del latte e lo bevo dalla bottiglia!”, la sorellina disse: “Non mi piace il cucchiaio, voglio mangiare la minestra con la forchetta, anzi no, con il coltello!”

Il fratellino disse: “Nonna! Tagliami la carne a pezzettini piccolissimi, li voglio prendere col cucchiaio!”.

Arrivò il papà e la mamma le chiese del pane, se lo avesse comprato. “No, non l’ho comprato, pensavo lo comprassi tu, ho comprato le mele”.

“Anch’io ho comprato le mele” disse la mamma.

“Allora ceneremo con le mele?” chiese il papà. 

“Devo vedere la lavatrice”, disse la mamma, “Ho avviato il bucato stamattina”.

“Oh”, esclamò il papà, “Mi sono dimenticato di restituire il cacciavite ai nostri vicini, sai quello con cui ho avvitato la vite su cui appendere quel quadro”.

“Dici del buco grosso che hai fatto alla parete, quella specie di cratere?” chiese la mamma.

“Si insomma, quello a cui ho appeso il quadro con la nostra foto di famiglia”, ricordò il papà.

“Più che quadro, hai fatto un triangolo dato che dicevi che avevi a disposizione solo tre listelli di legno…. che poi hai unito con lo scotch…” si ricordò meglio la mamma.

“Non avevo i chiodi” si giustificò il papà e, cosi dicendo, prese dalle mani del figlio il cucchiaio per calzarsi di nuovo le scarpe.

“Si che avevi i chiodi, ma sono entrati tutti storti, quando li piantavi con il posacenere, quello di vetro”, disse la mamma facendo uno sforzo di memoria.

“Bah”, esclamò la nonna, “Comincia a far freddo stasera” e si avvolse un maglione di lana in testa.

Venne la mezzanotte, tutti erano a letto, il papà e la mamma nella camera di papà e mamma, nonna nella sua camera, il fratellino e la sorellina nella loro, l’uccellino nella sua gabbietta e i gattini, quello bianco e quello nero, raggomitolati sul divano. Il cagnolino si accucciò davanti al camino, ancora caldo.

Nessuno aveva puntato la sveglia e l’indomani sarebbe stato un altro giorno qualunque in quel paese situato accanto ad altri paesi tutti uguali.

Ma il fatto?

Già… il fatto.

Quello accadde non proprio in un momento qualunque, ma in un preciso istante. 

Allo scoccare esatto della Mezzanotte, tutti gli oggetti della casa, ma proprio tutti quanti, si animarono e si riunirono per il Gran Consiglio.

“Midnight!” esclamò la casa stessa, col suo tono imperioso.

“Mitternacht” ripeté il pesante portone di legno tedesco.

“Minuit!” Ripeté il cucù svizzero posto sopra al camino.

“Mezzanotte” dissero, piegandosi in due, le fette di pancarrè, che tanto adoravano gli spuntini di tarda ora.

A poco a poco, tutti ripeterono la parola in codice che stabiliva un preciso momento nella baraonda di quella famiglia.

“Si dia inizio al Gran Consiglio straordinarissimo” disse Ottone il portone, sbattendo un colpo secco.

“Straordinarissimo non si dice!” esclamò Dario il dizionario col suo tono da professorino.

“Questo Consiglio lo è” disse la brace in camino, accalorandosi ancora di più, “Perché è un Consiglio che avviene in un posto preciso, in un giorno preciso”.

“Ad un ora precisissima!” aggiunse l’orologio digitale del comodino di papà.

“E adesso tutti in ordine!” dissero le posate e le stoviglie, “Dobbiamo cacciare l’impostore che si è introdotto qui!”

“Già” dissero i panni da stirare, “Occorre proprio”.

“Ma chi?” si rivoltò il punto cieco del corridoio.

“Ma è noto chi comanda qui ormai!” esclamarono tutte le cose in coro! “Il Disordine in questo momento….regna sovrano!” 

“Bene” fischiò il bollitore, “Occorre fare capire ai nostri cari umani il valore delle cose e del tempo”.

“E lo faremo cantando e ballando!” si esaltò Ginetta la trombetta, “Perché la vita è una grande sinfonia!”

Le porte interne batterono in maniera sincronica, come se fossero le mani che applaudivano.

“Organizziamoci” disse il tavolo che tanto amava le riunioni.

“Alle venti di domani sera, voi luci vi spegnerete di botto; voi poltrone e divano e tappeti accoglierete tutti i membri della famiglia, compresi il gatto bianco e quello nero, il cagnolino e l’uccellino. Poi, all’improvviso, il faretto della sala illuminerà il tavolo su cui si concentreranno le posate, i piatti, i bicchieri e le pentole. A seguire le camicie e dietro i pantaloni; le calze e le scarpe sui laterali, mi raccomando!”

“Perché proprio alle venti?” chiese Enza la vecchia credenza.

“Alle venti…l’evento! Lo dice la parola stessa” ridacchiò Tino, il cestino.

Trascorse una altra giornata qualunque per la famigliola qualunque. 

Fu semplicemente il giorno dopo che seguì il giorno precedente. 

Ma le lampadine tradirono con il loro “bzzz, bzzz” la tensione che serpeggiava nell’aria.

Arrivò il momento.

In questo furono bravi gli orologi della casa a indicare a tutti gli altri il momento giusto. 

Come previsto, le luci si spensero, le poltrone, meno pigre del previsto, attirarono a sé il papà e la mamma, la nonna sprofondò sul divano assieme ai suoi due nipotini, mentre tanto calore familiare fu sentito dal gattino bianco e dal gattino nero e dal cagnolino che si accucciarono sui tappeti.

“Dadannn!” e si accese il faretto.

Tante “O” tutte uguali sulle bocche della famigliola. Solo le “O” dei due gattini si differenziarono un pochettino perché erano “O” coi baffi.

Al suono di Ginetta la trombetta e di Monforte il pianoforte partì la musica e tutte le posate iniziarono a ballare.

I piatti davano il ritmo, le maniche delle camicie danzavano ondeggiando a destra e a sinistra.

Il coro intonò queste parole: “C’è un tempo per ogni cosa…ed ogni cosa a suo tempo, rispettalo paparino assieme al canarino! Se bene vuoi fare, le cose a posto devi trovare e dopo che le hai usate, ancora lì vanno posate! Ogni cosa ha il suo perché, è il dono che ti fa chi è venuto prima di te!

Sulla scena irruppe Pascale il sale che cantò il suo assolo: “Io sono quello che condisce e dà sapore, ma nella vita questo ruolo è svolto dall’amore! Le buone maniere e il rispetto sono il fluido che rende semplici le cose sotto questo tetto!

Leggiadre ballarono le tende dando il loro delicato contributo: “Attenzione, grandi e piccini, gatti e cagnolino, nonna e uccellino, a ciascuno spetta qualcosa, la responsabilità è come una rosa! Bisogna stare attenti a come ogni cosa devi utilizzare, non per niente cosi a te le hanno fatte arrivare!”

Applaudirono tutti quanti, il cagnolino saltellava dalla felicità, il “cip cip” dell’uccellino che svolazzava in tondo era più bello di una festa nell’aria, i baffi dei gattini si voltarono all’insù.

“Tutto giusto” disse il papà. “D’ora in poi starò più attento al tempo e alle cose. Perché così è il giusto modo di amare la mia famiglia”.

“Anche io!” esclamò la mamma, “E tu, nonnina, avrai la tua sciarpa ed il tuo berretto e la tua copertina.”

“Ed io userò il bicchiere per bere il latte e la forchetta ed il coltello per la carne” disse il fratellino.

“Ed io il cucchiaio per la minestra” disse la sorellina.

Nessuno la vide, ma tutti quanti la sentirono. Passò attraverso di loro nel medesimo momento e non in un momento qualunque.

L’Armonia era calata sulla famiglia. Ed ogni cosa assunse da quel preciso momento in poi una nuova luce.

E mai più, mai più, ogni singolo fatto di quella famiglia fu percepito come comune o qualunque.

Rosario Galatioto

L’ordine (la favola)


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