Che educazione

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Che educazione

“Che problemi hai? Fatti una scopata!” Questa la risposta ultima più comune che pone fine ai dialoghi. Più recentemente, data la stagione, la variante è “fatti un bagno!” o, se si vuole rimanere in una casistica a tema, la definizione è “delirio in libertà”.

Negazione

Il criterio più semplice per non porsi in gioco è negare. Quando non si vuol risolvere o affrontare qualcosa, la via più immediata è la negazione. Questo toglie alimentazione all’argomento in sé. La questione diventa, all’improvviso, inesistente, pertanto non meritevole di qualsivoglia tempo o risorse dedicate. E’ la moda di una cultura che s’incunea nel fare comune, quotidiano, nella praticità. “Non pensare” è il primo comandamento, perché farlo attiverebbe dubbi che è meglio non avere. La cultura della negazione smonta ogni problema alla sua radice. Meglio come lobotomizzati, tutti uguali, conformi ad un prototipo umano pre-programmato.

Eliminazione dell’errore

Sbaglia chi contempla la possibilità, l’errore sta nella scelta. Eliminata la possibilità di compierne, non si puo’ incappare in errori comportamentali. Derubricare l’uomo e renderlo “macchina” comporta l’immenso vantaggio di togliere l’alea, il rischio: l’uomo programmabile può essere facilmente indirizzato verso ogni moda, è il consumatore perfetto.

Produzione etica

In un periodo di tempo, neppure troppo lontano da questo, ogni produzione aveva lo scopo di soddisfare bisogni umani o alleviare fatiche. Ogni produttore, però, sceglie, come massimizzare il risultato. L’analisi diventa semplice: la massima produzione può aversi se ogni singolo vivente diventa cliente. Ne consegue la necessità di eliminare ogni margine di possibilità di scelta. Monopolio? Imposizione? Il marketing insegna che tale manovra non può essere presentata in siffatto modo. Piuttosto, è meglio parlare di “semplificazione”. Nell’era della fretta, rendere la vita semplice, più comoda, meno faticosa, togliere il fastidio di ricercare, capire e scegliere, diventa un “must”.

Pensiero

Non poteva sfuggire da questa logica il pensiero: abolito il pluralismo, fonte di discordanze umane e opinabilità sull’impostazione di vita, si sono picconate le fondamenta della cultura che si fonda sul libero arbitrio. Il cristianesimo non è stato ritenuto pericoloso in quanto religione; neppure perché (come accade in altre religioni) il fedele delega la determinazione del proprio agire ad una autorità superiore se non al divino; piuttosto perché riconosce la libertà di aderire o meno al proprio destino, alla propria natura e la libertà di scegliere di compiere il giusto per sé.

Pericolosa libertà

L’esercizio della libertà nella pratica quotidiana è ritenuto pericoloso. Meglio un “pensiero unico” ben radicato nelle coscienze. Non occorre sapere il perché di certi diktat; il conformismo, il saper di appartenere alla filiera che regge le sorti del mondo appare sufficiente, ti culla e ti fa sentire “a posto”. Non ci sono dei “perché” spiegabili, neppure di fronte alla ragionevole evidenza. Porsi al di fuori di questo sistema comporta l’essere ritenuti “deliranti” (seppure si argomenti con raziocinio), “reazionari” (seppur si imposti la vita secondo i canoni tradizionali), “omofobi” (seppur si rispetti nella sua ontologia ogni essere vivente), “fascisti o totalitari o oppressori” (seppure ci si fondi su concetti assolutamente democratici che accettino pensieri diversi dai propri). Nessuna spiegazione per tutto questo: non è stato creato ancora il vademecum per le spiegazioni da fornire: finora solo quello degli insulti. Ma se si ascoltano questi ultimi, sembrano seguire una scaletta ben precisa: gli insulti cominciano e seguono sempre lo stesso ordine di esternazione. Quand’anche si tentasse, per buona creanza, di voler pacificamente argomentare sulle reciproche diverse opinioni (le mie possono essere opinioni, quelle altre sono inconfutabili verità), si arriva a quelle premesse elencate all’inizio, negando ogni fondamento di discorso.

Organizzazione sistemica

Che educazione, pertanto? Cosa arriva alle generazioni che seguono? In questo c’è arte, nulla da dire. Aver organizzato un siffatto sistema, per quanto io lo deplori, ha qualcosa di incredibile che apprezzo. Ci vuole capacità per mettere in piedi un tale orrore. Ci vuole grande pazienza nel corso del tempo e una buona sincronia per mettere sulla stessa linea una concatenazione di azioni/obiettivi che coinvolge tanti sistemi isolati che confluiscono nella grande unica rete sistemica.

Esempi

Lo e’, per esempio, inglobare su un unico asse, i poteri separati dello stato, interessare trasversalmente i detentori delle fila della cultura (vedasi caso salone del Libro 2019), le università (vedasi università di Verona a marzo 2019), i vincitori dei premi letterari più noti (vedasi lo strega di quest’anno), le principali case editoriali e le testate giornalistiche e i media più in generale. Stupisce oggi, un tale silenzio (omertoso?) sulla concentrazione dell’informazione dato che non troppo tempo fa si è deplorato nel nostro paese la possibilità di monopolio, istituendo un apposito ente che monitorasse il fenomeno. Stupisce che nel medesimo grande sistema si siano coinvolti anche organismi sanitari (medici) e figure professionali che agiscono nel sociale (psicologi, assistenti sociali) (si vedano fatti di Bibbiano). Orwell aveva ragione, “1984”, le casistiche del suo romanzo distopico sono diventate il presente attuale.

A lezione di Orwell contro l‘autismo statalista

Che educazione

Cosa rimane pertanto all’educazione delle generazioni future? Tolta la ricerca del senso, rimane quel vuoto riempito da cliché senza spiegazioni. Non chiedere, non pensare, neppure sognare, neppure desiderare realisticamente l’impossibile, come riprendeva Camus secondo un celebre motto francese. Se si toglie la possibilità, il desiderio insaziabile che va oltre, cosa può soddisfare appieno l’uomo di oggi? Rimane un grande vuoto. Per Moravia poteva diventare “la noia” che quantomeno testimoniava l’assenza di qualcosa.

Fluidità

Oggi, esiste la fluidità, cioè le non certezze, il far posto a culture e religioni “obbedienti”, e quel cliché di un umanesimo svuotato dai significati. Al senso del “sacrificio”, sacrum facere, al posto di quel agire secondo quei sommi criteri che sottendono alla sacralità dell’essere, c’è l’alimentazione dell’ego, la soddisfazione di ogni desiderio effimero: persino i figli prescelti, selezionati secondo caratteristiche, ordinati ad altri per non rovinarsi il corpo, finanche rubati ad altre famiglie se è il caso. E se così fosse, sarebbe a fin di bene, l’umanesimo riesce ad ammantare tutto e tutti. Anche il “fatti una scopata” diventa istinto, deprivato, a monte, da una possibilità di significato.

“We don’t need no education”, no, a questo punto non abbiamo bisogno di educazione, per questi esseri pre-programmati basta appena un decalogo di regole.

https://m.youtube.com/watch?v=34ZmKbe5oG4

Una corda pazza delirante?

Rosario Galatioto
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claudio sciarretti
Ospite

Molto interessante

mikahel369
Ospite

Non a caso “the Wall” e praticamente sconosciuto in Giappone, patria della educazione del pensiero e soppressione della libertà dello stesso.
Bell’articolo, lo condivido.